Un viaggio in Cambogia alla scoperta del genocidio cambogiano

Maricla con uno degli ultimi 2 sopravvissuti al Tuol Sleng, Phnom Penh, Cambogia

A cura di Maricla Pannocchia

Ho sognato la Cambogia per anni. Mi rivedo ragazzina, appena 15enne, a guardare numerosi video su Youtube di persone straniere che andavano regolarmente nel Paese e ne tessevano le lodi. È stato guardando quei video e leggendo dei diari di viaggio che sono venuta a conoscenza di questo Paese che, a quei tempi, non era conosciuto come oggi. 

Adesso la Cambogia è nella bucket list di molti viaggiatori, specialmente di quelli zaino in spalla, ma lì correva l’anno 1999 e, senza social e nomadismo digitale, sembrava che per viaggiare per il mondo, magari raccontando le storie di chi non aveva voce (come sognavo di fare io), dovessi lavorare come giornalista, nel settore umanitario o essere una celebrità. Eppure, non mi sono mai scoraggiata. 

Gli anni sono passati, io sono cresciuta ma il sogno di andare in Cambogia è sempre rimasto lì anche se, in diversi periodi della mia vita, è stato davvero latente, a un passo dall’essere dimenticato.

La pandemia da Covid-19, paradossalmente, mi ha cambiato la vita. Mi ha permesso di cominciare a lavorare con la mia passione, la scrittura, e mi ha fatto capire che il tempo passa e non c’è modo di tornare indietro. Ecco che, mentre ero chiusa in casa a guardare mappe del mondo, mi sono detta che, appena la Cambogia avrebbe riaperto agli europei, ci sarei andata.

Il mio viaggio in Cambogia 

Luglio 2022. Lascio Roma, dove ho vissuto negli ultimi 6 mesi, alla volta di Phnom Penh, capitale della Cambogia. Il viaggio è lungo e non solo geograficamente o in termini di ore da passare sull’aereo. 

Sono giunta a Roma nel dicembre 2021 dopo tutta una vita passata nel paesino toscano in cui sono nata e cresciuta dove tutti, dai familiari ai conoscenti passando per le insegnanti, mi hanno sempre tacciata come “pazza”, come quella con i sogni impossibili, che voleva andare a girare il mondo, a scrivere di gente senza nome, per metterne su carta l’identità. 

A novembre 2021, dopo una seria rottura in famiglia che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ho fatto le valigie e sono partita per Praga. Al ritorno, sono andata direttamente a Roma, dove ho vissuto per 6 mesi prima di salire, finalmente, su quell’aereo per la Cambogia. E ora eccomi qui. Il volo è lungo e prevede uno scalo in Kuwait (volo con Kuwait Airlines). 

La meta finale sarà Bangkok e, da lì, prenderò un volo per la Cambogia con un’altra compagnia. Sono così galvanizzata, incredula, che non mi lamento di niente, né delle luci accese che ti fanno dormire sì e no un paio d’ore e neanche della preghiera musulmana che la compagnia aerea trasmette prima del decollo (un po’ inquietante). 

All’arrivo a Bangkok sono decisamente stanca e il mio fedele compagno, il mal di testa, appare con tutta la sua prevedibilità. Finalmente sono in volo per Phnom Penh. Non so bene cosa pensare, cosa provare… prendo tutto così come viene e, al tempo stesso, ogni cosa sembra irreale. Quando voliamo sulla Cambogia mi accorgo che numerose aree di terreno sono di colore marrone, frutto della deforestazione. 

Avevo sentito parlare di questo fenomeno ma vederlo con i propri occhi è un’altra cosa. Atterro a Phnom Penh che è già buio, esco dall’aeroporto e vengo travolta dall’afa e dall’umidità, ma non è niente di così terribile. 

L’autista dell’albergo mi aspetta nella hall con un cartello con il mio nome in mano. Impieghiamo un’ora dall’aeroporto all’hotel ed io mi sento… non so, stranita ma anche a mio agio. In fondo, ho passato anni e anni a seguire persone che visitano regolarmente la Cambogia, ho sentito parlare del genocidio, della deforestazione, della bellezza del Paese e di quella della sua gente. Nonostante sia dall’altra parte del mondo, non mi sento per niente persa.

Molti pensano che io sia venuta in Cambogia per visitare i templi, in particolar modo Angkor Wat e sì, certo, li visiterò, ma quello non è mai stato il motivo al centro del mio viaggio. Ho sentito parlare del genocidio cambogiano, perpetrato dai Khmer Rossi guidati da Pol Pot, quando avevo 15 anni e mi sono chiesta perché ne avessi sentito parlare in un video su YouTube e non a scuola. 

Molti pensano che io sia venuta in Cambogia per visitare i templi, in particolar modo Angkor Wat e sì, certo, li visiterò, ma quello non è mai stato il motivo al centro del mio viaggio. Ho sentito parlare del genocidio cambogiano, perpetrato dai Khmer Rossi guidati da Pol Pot, quando avevo 15 anni e mi sono chiesta perché ne avessi sentito parlare in un video su YouTube e non a scuola. 

Essendo sempre stata interessata alle cause sociali, mi sono informata al riguardo e, a un certo punto, ho sentito il bisogno di venire qui per capire nel modo migliore possibile questo genocidio di cui, in Italia, si parla pochissimo. Volevo vedere e comprendere il passato ma con una chiave di lettura che mi permettesse di leggere meglio il presente e, magari, il futuro. 

Il genocidio cambogiano

Prima di proseguire con il mio racconto, penso sia doveroso dedicare alcune righe al genocidio di cui sto parlando. Il genocidio cambogiano è avvenuto fra il 1975 e il 1979 (quindi, non molto tempo fa) per mano dei Khmer Rossi, capitanati da Pol Pot

Si stima che, in quell’arco di tempo, siano state uccise fra le 1.5 e le 3 milioni di persone. Questo genocidio viene spesso definito “auto genocidio” perché i Khmer Rossi erano cambogiani, proprio come le loro vittime. 

La loro ideologia era quella di riportare la Cambogia a una sorta di “Anno Zero” annullando tutto ciò che la rendeva una civiltà funzionante. Le persone non potevano più avere possedimenti personali e non dovevano aver nessun legame con l’occidente. 

Pol Pot e i Khmer Rossi

Per questo motivo, i Khmer Rossi costrinsero gli abitanti delle città e dei centri urbani a lasciare le loro case. L’esodo forzato più famoso è quello della popolazione della capitale Phnom Penh, avvenuto il 17 aprile 1975. 

Quando i Khmer Rossi sono entrati in città, sono stati accolti come degli eroi dalla gente, convinta che questo significasse la fine della guerra. In realtà, i Khmer Rossi hanno ordinato a tutti di fare i bagagli e andare in campagna, perché di lì a breve gli americani avrebbero bombardato la città. 

Le persone sarebbero potute tornare alle loro case dopo 3 giorni. Ovviamente, tutto ciò era una menzogna per costringere centinaia di individui a lasciare Phnom Penh. Chi era malato o, in generale, chi rimaneva indietro, spesso veniva ucciso. 

Nel corso delle mie visite a vari luoghi del genocidio (Museo del Genocidio di Tuol Sleng e Killing Fields di Phnom Penh, Battambang e Siem Reap) ho avuto modo di vedere l’orrore che quelle persone sono state costrette a subire. 

Uccisioni e torture

Bastava poco per essere arrestato. I monaci erano visti come parassiti della società, così come gli intellettuali (per essere considerato intellettuale, bastava portare gli occhiali) e gli artisti. Numerosi cantanti e attori sono stati ammazzati durante il regime dei Khmer Rossi. 

La persona che veniva arrestata veniva solitamente portata alla prigione di Tuol Sleng, a Phnom Penh, che, negli anni prima dell’avvento dei Khmer Rossi, era stata una scuola superiore. Qui le veniva scattata una foto ed era costretta a rilasciare una dichiarazione. 

C’era l’obbligo di inserire anche informazioni relative alla famiglia, figli inclusi. Questo perché, una volta uccisa la persona, i Khmer Rossi avrebbero catturato e ucciso anche i suoi familiari, inclusi i bambini molto piccoli, per evitare possibili vendette future. 

Molte persone sono morte al Tuol Sleng, dove venivano torturate fino a essere obbligate a confessare un reato mai commesso, e tante altre sono state bendate e, con i polsi legati dietro la schiena, caricate su dei furgoni, in direzione dei Killing Fields (campi di uccisione). 

Una volta lì, quando c’erano molte persone da uccidere i nuovi arrivati venivano gettati in stanze sovraffollate, dove avrebbero aspettato di venire ammazzati. Al Tuol Sleng ho avuto modo di camminare nei corridoi, sono entrata in una delle celle, ho toccato il muro con la mano chiedendomi: cosa prova una persona costretta a stare lì dentro? 

Anche bambini tra le vittime

Cosa spinge un individuo a fare così tanto male ad un altro Uomo? Ho anche avuto l’onore d’incontrare gli ultimi due sopravvissuti della prigione di Tuol Sleng. 

A uno di loro ho chiesto, con l’aiuto di una persona cambogiana per la traduzione, “Che cosa vorresti dire al mondo?” al che lui ha indicato le foto che aveva sul tavolino e che lo ritraevano durante la prigionia, “Voglio che guardiate queste foto”. 

I Killing Fields di Phnom Penh sono un luogo assurdo, dove morte e vita sembrano prendersi per mano. Sono una zona di contrasti perché, se passeggi al fianco delle fosse comuni, la natura intorno è rigogliosa, con l’erba di un verde acceso, i fiori colorati e, in sottofondo, sentivo le risate dei bambini figli delle persone che, con delle piccole bancarelle, vendevano acqua e cibo all’ingresso. 

Lì si trova, fra l’altro, un albero tristemente famoso come quello contro il quale venivano uccisi i bambini. Oggi le persone rendono omaggio alle giovanissimi vittime lasciando braccialetti e altri ninnoli appesi alla corteccia dell’albero ma, durante il regime dei Khmer Rossi, i bambini spesso venivano strappati dalle braccia materne e, tenuti per i piedini da uno dei soldati, le loro testoline venivano sbattute ferocemente contro il tronco dell’albero, fino alla morte

Nei Killing Fields di Battambang e in quelli di Siem Reap ho avuto modo di vedere incisioni e illustrazioni che riproducevano scene di “vita quotidiana” in quei campi in campagna dove milioni di persone sono state lasciate morire di fame o di malattia

Altre sono state torturate e poi uccise. A volte, le persone non venivano uccise del tutto ma rimanevano agonizzanti. I soldati le spingevano comunque nelle fosse comuni, dove venivano lasciate a combattere per la vita. 

Il cannibalismo

Era una battaglia, ovviamente, persa in partenza. Queste testimonianze raccontano anche di stupri ai danni delle donne (la gran parte delle ragazzine e delle donne venivano prima violentate e poi uccise), di vari tipi di torture e di episodi come il cannibalismo.

La Storia non è mai bianca e nera. 

Alcuni dei soldati erano bambini o ragazzi a loro volta e, se avessero disobbedito agli ordini, sarebbero stati feriti o addirittura torturati e ammazzati. Immaginare un ragazzino di 10 anni diventato soldato che uccide un uomo che potrebbe essere suo nonno sembra una scena facile da leggere. 

Pare semplice definire i ruoli, chi è il buono e chi il cattivo. Ma è davvero così? La Cambogia si è aperta davanti ai miei occhi come un fiore che sboccia, rivelando tutta la sua complessità. 

L’autista di tuc tuc che mi ha accompagnata a uno dei campi di uccisione e con cui ho fatto amicizia mi ha raccontato che suo padre è sopravvissuto al genocidio. “Come ha fatto?” gli ho chiesto, al che lui ha risposto che non lo sa. 

Suo padre non gliel’ha mai detto e lui non gliel’ha mai chiesto. Ancora oggi, mi ha detto questo ragazzo, è bene non parlare di certi argomenti a voce troppo alta e, riducendo le parole a un sussurro, ha aggiunto: “Ecco perché sorridiamo sempre

Un po’ fa parte della nostra cultura Khmer e, un po’, è perché non dobbiamo rivelare il minimo disagio, la più piccola scontentezza. I Khmer Rossi, un giorno, potrebbero anche tornare al potere”.

Quelle notti non ho chiuso occhio, o meglio, mi sono addormentata ma ho avuto degli incubi. Il fatto è che, in tutti i Killing Fields, ci sono le stupe ovvero delle costruzioni che contengono teschi e frammenti di ossa delle vittime del genocidio. 

I campi di uccisione

Si stima che, nell’intero Paese, ci siano oltre 300 campi di uccisione. È strano guardare quei teschi, molti hanno ancora i denti, oppure ci sono frammenti di mandibole o, ancora, pezzi di ossa che – non essendo un dottore – non saprei dire se stiano nel braccio, nella gamba o in quale altra parte del corpo ma tutto ciò ti fa capire che appartenevano a persone come me e come te che con quelle bocche mangiavano, parlavano e baciavano e con quelle teste ragionavano e sognavano. 

Nella stupa dei Killing Fields di Phnom Penh ci sono anche dei simboli per far capire in che modo è morta la vittima e una sezione dedicata agli under 20.

Avevo sentito parlare tanto bene del popolo cambogiano ma è stato solo venendo qui, e vivendoci per un paio di mesi, che ho potuto apprezzare la loro resilienza. Qui, quando vai alla bancarella a comprare una bottiglietta d’acqua e ti serve una signora anziana, sai che questa è sopravvissuta al genocidio e ha vissuto chissà quali tragedie che tu non potrai mai neanche immaginare. 

Il genocidio plasma questo Paese ma non lo definisce. Il genocidio è nel sorriso di una ragazzina che torna da scuola in bicicletta, con la divisa indosso, e rassomiglia tanto alla foto di una che ho visto alla prigione di Tuol Sleng, è negli anziani sopravvissuti, nella madre che ha mostrato ai suoi figli piccoli un cartello che spiegava cosa fosse successo al Paese alla fine degli anni Settanta. 

La mia visita a Siem Reap

tempio cambogiano

Qualche giorno fa, visitando un tempio qui a Siem Reap, mi sono imbattuta in un’altra piccola stupa, non famosa, non turistica, ma con dei teschi e pezzi di ossa. 

Per raccontare per bene di questo genocidio non basterebbero ore e dovremmo interpellare tante persone ma nei primi 12 giorni di questo viaggio, in  cui ho fatto un’assurda, quasi masochista full-immersion nei principali luoghi di quegli orrori. 

Posso dire di apprezzare ancora di più i cambogiani, che sono riusciti a risorgere dalle proprie ceneri, e mi porto con me la solita, forse ovvia domanda: cosa abbiamo imparato dal passato?

Copyright 2021 vagabonding.it - P.Iva 03065740593 - Privacy - cookie policy - Disclosure - realizzato da studiareseo.org

Tutti i diritti riservati. Tutti i contenuti di questo sito sono protetti da copyright pertanto è severamente vietata la pubblicazione, ogni illecito sarà perseguito a norma di legge nelle sedi opportune.

Tutti i loghi, immagini, prodotti o marchi registrati citati su vagabonding.it appartengono ai rispettivi proprietari. Il nostro non è un tour operator o un'agenzia viaggi.

Alcuni contenuti visibili su questo sito (ad esempio banner pubblicitari) provengono da logitravel.it e da Amazon, tali contenuti sono forniti così come sono e possono essere soggetti in qualunque momento a modifiche o eliminazione.

I prezzi e la disponibilità dei viaggi, voli e altri tour sono aggiornati all'incirca ogni 24 ore, ciò significa che i prezzi riportati nel presente sito non sono aggiornati in tempo reale, pertanto il prezzo a cui fare riferimento sarà sempre quello riportato su Logitravel.it In qualità di affiliati Logitravel e affiliati Amazon riceviamo una commissione dagli acquisti idonei.